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	<title>personaggi &#8211; Viaggi24 Publimediagroup</title>
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		<title>George Clooney</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ciro Polverino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 11:07:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sonia Serafini   Jay Kelly: un film che gli assomiglia più di quanto dica. George Clooney, veterano di Hollywood, attore poliedrico capace di reinventarsi in ogni fase della carriera, continua a cercare ruoli che lo sfidino davvero. Con Jay Kelly torna a mettersi in gioco.   Jay Kelly, il nuovo film di Noah Baumbach, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="19672" class="elementor elementor-19672" data-elementor-post-type="post">
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									<p><span style="color: #000000;"><em>di Sonia Serafini</em></span></p><p><span style="color: #000000;"><em> </em></span></p><p><span style="color: #000000;">Jay Kelly: un film che gli assomiglia più di quanto dica. George Clooney, veterano di Hollywood, attore poliedrico capace di reinventarsi in ogni fase della carriera, continua a cercare ruoli che lo sfidino davvero. Con Jay Kelly torna a mettersi in gioco.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Jay Kelly, il nuovo film di Noah Baumbach, racconta di una star americana che attraversa l’Europa con il proprio manager, alla ricerca di qualcosa che neanche lui sa bene cosa sia. Le varie tappe di questo road trip alla ricerca di sé stesso toccano anche l’Italia, con una Toscana un po’ stereotipata, in cui il protagonista si chiede: “Chi sono quando non sono davanti a una telecamera? Cosa rimane delle scelte che ho fatto?”.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Il Jay Kelly del film è George Clooney, che interpreta questo divo hollywoodiano portando molto di sé, dai look eleganti al sorriso smagliante. Si potrebbe addirittura pensare che Jay sia una sorta di autobiografia della sua carriera, se non fosse che il sornione Clooney ha subito preso le distanze con la sua solita ironia: <em>«Io un manager non l’ho mai avuto, e nemmeno un entourage. Sono troppo vecchio per queste cose»</em>.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">È il suo modo di mettere un confine, e allo stesso tempo un ponte: Jay Kelly resta un’altra persona, ma alcune crepe, alcune paure, Clooney le riconosce eccome. Il film dopo aver fatto il suo esordio alla Mostra del Cinema di Venezia è su Netflix. Quando gli chiedono dei rimpianti, lui scuote quasi la testa, come se fosse un pensiero che non gli appartiene più. <em>«Quando invecchi ti accorgi che l’unica cosa tossica è proprio il rimpianto, mentre il fallimento è facile, lo conosci presto. Vai a cento audizioni e non ottieni la parte, e allora? Si va avanti»</em>.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Nella conferenza stampa di presentazione del film si è lasciato andare al racconto delle sue origini, del Kentucky, dei campi di tabacco e del ragazzo che era, che ogni giorno prendeva un autobus verso un futuro che nessuno gli garantiva. <em>«Se non funziona, quando hai qualche anno in più sai dirti: ci ho provato. Non ha funzionato. E va bene così»</em>.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Ha una serenità rassicurante, come di chi ha fatto pace con il tempo, diventato suo alleato sin da quando grazie ai precoci capelli bianchi divenne l’uomo più sexy del mondo: <em>«Quest’anno sono tornato a recitare a Broadway. Non lo facevo da quarant’anni, ogni sera ero terrorizzato dall’idea di dimenticare le battute. Invecchiando diventa tutto più complicato»</em>, e poi aggiunge: <em>«È bello avere 64 anni e non essere sicuri di farcela. È bello avere ancora paura»</em>.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Ed è forse qui che Clooney e Jay Kelly si somigliano davvero, senza però sovrapporsi: entrambi si fanno le stesse domande, ma mentre il personaggio del film di Baumbach cerca risposte che possano lenire vecchie ferite, Clooney sembra aver imparato a convivere con il dubbio, quasi a considerarlo una forma di eleganza. </span></p>								</div>
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		<title>Ariana Grande</title>
		<link>https://viaggi24.publimediagroup.it/ariana-grande/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ciro Polverino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2025 09:15:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[The Voice of Passion di Sonia Serafini   Dal vivo, a colpirti, non è il suo essere così minuta, ma l’energia. Perché quando sorride, Ariana Grande sprigiona una bellissima luce che riesce a coinvolgere chiunque le sia intorno. Non sorprende, quindi, che la sua Glinda sia un personaggio così amato e che il secondo capitolo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="19663" class="elementor elementor-19663" data-elementor-post-type="post">
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">The Voice of Passion</h2>				</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><em>di Sonia Serafini</em></span></p><p><span style="color: #000000;"><em> </em></span></p><p><span style="color: #000000;">Dal vivo, a colpirti, non è il suo essere così minuta, ma l’energia. Perché quando sorride, Ariana Grande sprigiona una bellissima luce che riesce a coinvolgere chiunque le sia intorno. Non sorprende, quindi, che la sua Glinda sia un personaggio così amato e che il secondo capitolo del film, Wicked: For Good, abbia sbancato il botteghino. Questa artista merita il successo che sta avendo. Sono riuscita a scambiare due parole con lei in occasione della premiere europea del film a Londra e, oltre ad entusiasmarsi per il mio essere italiana, ribadendo con orgoglio che la sua famiglia ha origini sia siciliane che abruzzesi, quando parla di Glinda sembra come se il viaggio del personaggio fosse ancora vivo dentro di lei. Durante la conferenza stampa di Wicked: For Good, quando parla del percorso che Glinda fa in questo capitolo della storia, Grande descrive una figura a metà tra simbolo pubblico e creatura ferita, sospesa tra ciò che Oz pretende da lei e ciò che lei stessa, nel profondo, fatica a riconoscere.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">La Glinda che incontriamo non è più soltanto la studentessa effervescente che avevamo conosciuto. È il volto di una fragile architettura politica. <em>«Glinda è diventata una figura pubblica e un volto della speranza e della bontà, creata per opporsi alla strega cattiva dell’ovest»</em>, spiega Ariana. Un’immagine plasmata dal Mago e da Madame Morrible, costruita per rassicurare le masse nel momento in cui la figura di Elphaba viene riscritta come minaccia. <em>«Tante parti della sua vita sono esattamente ciò che un tempo sognava, eppure tutto le appare vuoto»</em>, aggiunge. <em>«Porta con sé il senso di colpa di essere stata complice, e il peso del lutto per aver perso la sua migliore amica»</em>. <br /></span></p><p><span style="color: #000000;"> </span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;">La tensione tra immagine pubblica e identità privata è il motore emotivo del film. E Ariana riconosce in questo conflitto la parte più preziosa del suo lavoro: <em>«Glinda passa tutta la storia a cercare il significato della bontà, e quella definizione cambia molte volte durante il suo percorso di crescita, ogni evento traumatico la spinge verso la verità. Il suo arco emotivo è la mia cosa preferita»</em>. Questo film è più cupo, mette Glinda davanti a scelte che la privano del suo consueto scintillio. <em>«La storia si fa più oscura e lei deve affrontare sofferenze profonde e decisioni difficili»</em>. E ancora, <em>«Molti la vedono solo come un personaggio leggero e divertente, e lo è, certo, ma dentro c’è qualcuno che soffre davvero, che è profondamente infelice e ha molto da imparare»</em>.</span></p><p> </p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"> </span></p><p><span style="color: #000000;">Per lei la sfida è stata rendere visibile questa complessità senza tradire il tono più luminoso che appartiene a Glinda: <em>«Mi interessava mostrare ogni colore, seguire ogni variazione emotiva anche dentro le scene più comiche»</em>. Una delle parti fondamentali per comprendere l’arco narrativo del personaggio è vederla bambina, come confermato dalla sceneggiatrice Dana Fox: <em>«Vedere Glinda da bambina consente allo spettatore di cogliere come sia cresciuta con l’idea che “essere buona” equivalga a essere adorata, impeccabile, perfetta. Una convinzione trasmessa da una madre che le dice che ha già “tutto ciò che serve” perché è carina e popolare. Quando la vita, e la politica di Oz, diventano più complesse, quella visione entra in crisi. È in questo spazio di frattura che il film colloca la sua evoluzione»</em>.</span></p><p><span style="color: #000000;"> </span></p>								</div>
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									<p> </p><p><span style="color: #000000;">L’altra metà di questo percorso, inevitabilmente, porta al rapporto con Elphaba. Ariana parla della loro relazione come di un legame tanto necessario quanto doloroso: «È un rapporto d’amore, ma molto complesso. Avevano bisogno di conoscersi, di cambiarsi». Le ferite che le uniscono nascono in contesti opposti, ma convergono nello stesso punto vulnerabile. <em>«Forse erano destinate a guarirsi a vicenda, almeno per un periodo»</em>. Anche nei momenti più duri, nelle scelte che sembrano tradimenti, per Ariana resta un filo di comprensione profonda: <em>«Possono ritornare all’amore perché hanno preso il tempo per capire l’altra. Anche senza parole, loro lo sanno».</em></span></p><p> </p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"> </span></p><p><span style="color: #000000;">Ed è qui che Ariana tocca un punto cruciale del ponte che conduce a For Good: <em>«Credo davvero che l’unico modo per restare nella vita l’una dell’altra sarebbe stato se Elphaba avesse scelto di restare, non se Glinda avesse scelto di seguirla»</em>. Gran parte del merito Ariana lo attribuisce al regista Jon M. Chu, descrivendolo come un punto fermo: <em>«È la persona più empatica, brillante e riflessiva, con una comprensione innata dell’esperienza umana»</em>. Secondo Ariana, Chu risponde alla domanda cardine della saga, ovvero quella sulla malvagità delle persone: nascono malvagie o questa viene loro imposta? Il regista mostra i personaggi attraverso una lente di comprensione radicale: <em>«Decisioni che possono sembrare malvagie sulla carta diventano comprensibili, perché lui ti mostra da dove vengono, come spesso i carnefici siano stati prima vittime»</em>.</span></p><p><span style="color: #000000;"> </span></p>								</div>
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									<p> </p><p><span style="color: #000000;">E mentre giravano due film simultaneamente, con un set di 9 mesi, tra cambi di tono e continui aggiustamenti di agenda, <em>«non ha mai battuto ciglio. Era destino che fosse lui a raccontare questa storia»</em>. In questo quadro, Glinda emerge come uno dei personaggi più complessi e trasformativi dell’universo di Wicked. Un simbolo costruito dall’esterno, ma rinegoziato dall’interno. Una donna che impara, con i suoi tempi e i suoi dolori, a riformulare la propria idea di bontà non come perfezione, ma come verità. E nella voce di Ariana, questa verità suona come qualcosa che continua a vibrare, ben oltre lo schermo. </span></p>								</div>
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		<title>Intervista a Stefano De Martino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ciro Polverino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 13:19:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[In continuo viaggio: Stefano De Martino, la capacità di reinventarsi di Sonia Serafini   A tu per tu con il personaggio del momento: Stefano De Martino. Amatissimo dal pubblico, stacanovista, si divide tra TV, teatro, social e viaggi lunghissimi che sono una vera passione. I suoi programmi hanno lo share più alto di tutta la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="17045" class="elementor elementor-17045" data-elementor-post-type="post">
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">In continuo viaggio: Stefano De Martino, la capacità di reinventarsi</h2>				</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><em>di Sonia Serafini</em></span></p><p><span style="color: #000000;"><em> </em></span></p><p><span style="color: #000000;">A tu per tu con il personaggio del momento: <strong>Stefano De Martino</strong>. Amatissimo dal pubblico, stacanovista, si divide tra TV, teatro, social e viaggi lunghissimi che sono una vera passione. I suoi programmi hanno lo share più alto di tutta la televisione italiana. Ma cosa si nasconde dietro questo successo? De Martino, che da sempre si distingue per la sua autenticità e capacità di reinventarsi, in questa intervista ci racconta con sincerità le sue esperienze più significative, i progetti futuri, Sanremo, e come affronta la vita tra il palco e la vita privata. Un viaggio dietro le quinte del presentatore più amato d’Italia.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Napoli è le sue radici, il suo passato, la sua culla. C’è qualcosa di tenero nel suo modo di parlare della città. Perché una persona con la sua esperienza ha bisogno di tornare in maniera così viscerale? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Napoli è casa. È un punto fermo nella mia vita. Tornare a Napoli, soprattutto in questo periodo di grandi spostamenti, è ogni volta come ritrovare un mio equilibrio. È certamente il mio luogo dell’anima e, per quanto io ami viaggiare, ho bisogno di tornare ogni volta che posso».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>E perché le piace andare via, viaggiare, esplorare? Cosa scopre di sé andando fuori? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Sono molto curioso, e oggi che ho l’opportunità di viaggiare, uso tutte le occasioni. Mi piace la sensazione di sentirmi altrove, di uscire dalla zona di comfort e mettere in gioco degli aspetti di me diversi da quelli che sono ormai abituali, nel quotidiano. Che sia una città, un paesaggio naturale o un museo, sento che i luoghi contengono delle risposte e che il viaggio, breve o lungo che sia, regala uno sguardo sulle cose ogni volta nuovo».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Ha detto che le piace il viaggio anche come forma di trasporto e che potendo lo fa lei, guida, pilota. Le piace essere al comando? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Mi piace sentire, anche metaforicamente, di avere margine di manovra. Non è una questione di comando, ma di fiducia: se posso guidare io, so dove sto andando&#8230; poi magari mi perdo pure, ma almeno è una scelta mia». Anche nei rapporti personali è così? Deve avere tutto sotto controllo? «No, lì è diverso. Con le persone di cui mi fido il bello è proprio lasciarsi guidare e possibilmente, sorprendere».</em></span></p><p> </p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>Crescendo il rapporto con i figli cambia, si fa più complice, ci si capisce di più. Con Santiago che rapporto ha ora, vede mai sé stesso in lui?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;">«Santiago è il mio specchio migliore. Vedo me bambino, diciamo in una versione migliore. Cerco di trascorrere più tempo possibile con lui per costruire una complicità che si nutra del quotidiano e, perché no, di tutti quei momenti belli di viaggio e divertimento. È una fase di crescita in cui lo scambio tra noi è molto divertente». </span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>È un grande appassionato d’arte, soprattutto moderna, e l’arte è bellezza. Quanto è importante preservare la bellezza nel mondo, circondarsi di essa nel quotidiano?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;">«È fondamentale. La bellezza in senso più ampio, oltre l’estetica, è un modo di vivere di chi cerca l’accoglienza, l’armonia, l’umano. Credo molto nel potere della bellezza nella formazione dei giovani. L’esposizione al bello artistico o naturale, è come un allenamento dell’animo»</span></p>								</div>
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									<p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Crede nell’educazione sentimentale?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Dovrebbe essere una materia scolastica sin da bambini. Penso che sia uno dei regali più preziosi che si possa fare ai figli. Dare loro gli strumenti per riconoscere le emozioni, avere confidenza con le fragilità, mantenere gli affetti con attenzione, oggi più che mai».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Cos’è il lusso per lei?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Spesso si sente dire: “il tempo è denaro”. Bene, io suggerirei di invertire i termini della frase: il lusso vero è il tempo. Poter scegliere come spenderlo, con chi, senza rincorrere nulla, è la vera ricchezza».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Riflette mai sul suo ipotetico “sliding doors”? Chi sarebbe Stefano De Martino se non fosse questo, oggi?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Me lo chiedo spesso. Nel mio spettacolo “Meglio Stasera!”, che riprenderà a girare in estate, racconto come sia stato ad un passo dall’intraprendere la carriera di fisioterapista. Magari avrei fatto il pizzaiolo. In ogni caso, sarei stato uno molto rigoroso, mettendoci sempre passione, impegnandomi per dare il meglio. È l’unico modo in cui so stare nelle cose, altrimenti mi annoio».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Le scelte che facciamo ci condizionano o siamo noi che decidiamo che strada prendere?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«È un dialogo continuo: scegli e poi le scelte ti modellano. Non è mai a senso unico».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>È vero che crescendo si cambia prospettiva, si valuta di più, si pensa di più alle cose. Ho letto che ora è più istintivo. C’è qualcosa che avrebbe fatto in maniera diversa, non per forza meglio, solo diversa?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Tante cose. Ma non le rinnego. Anche gli errori mi hanno portato qui. Se potessi, forse, mi godrei di più certi momenti senza la fretta di bruciare le tappe».</em></span></p><p> </p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>Ma lei, che già a 18 anni aveva girato il mondo con una compagnia di balletto americana, quanti anni si sente? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«A giorni alterni: a volte 50, a volte 18. Dipende da chi ho accanto e da che sogni mi porto dietro quel giorno».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Ha una personalità molto sfaccettata, divertente, carismatico, timido, conquistatore, quante persone abitano Stefano De Martino e chi vince solitamente? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Dentro di me c’è un bel caos organizzato. Un dialogo costante, non sempre armonico, tra le diverse versioni di me che hanno un elemento in comune: l’ironia e il non prendersi mai troppo sul serio. Di solito vince quello che si diverte di più».</em></span></p><p> </p><div> </div>								</div>
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									<p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Ha detto che verso i 40 si vede un uomo con una stabilità sentimentale diversa, più centrato. Cosa lo rende così sicuro? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«L’esperienza. Gli errori, i dolori, le gioie, alla fine so che mi aiuteranno nel trovare il mio centro di gravità, anche in amore. Al momento ho altre priorità».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>E se dovesse poi non essere così, ci pensa?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Certo che ci penso, ma non mi ossessiono. L’importante è rimanere in viaggio, non per forza arrivare».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>So che con i complimenti ha un rapporto complicato, le fanno piacere, ma non sa bene come rispondere, ha imparato nel frattempo?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Un po’ sì. Ora riesco a dire “grazie” senza sembrare uno che vuole scappare! Sono sempre molto grato per tutto quello che ho».</em></span></p><p> </p><p> </p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><em><strong>Crede che questa modestia all’accettazione venga dalla sua infanzia timida?</strong></em></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Sicuramente sì. Chi è stato timido da piccolo resta sempre un po’ diffidente quando viene messo troppo sotto i riflettori. E anche dalla consapevolezza che tutto può finire ed è sempre un traguardo precario».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><em><strong>Le dicono tutti che è un giovane. Un giovane sex symbol, un giovane conduttore, la scommessa della Rai… quando si smette di essere “giovane” in Italia, professionalmente parlando?</strong></em></span></p><p><span style="color: #000000;"><em> «Non so. So solo che sono ormai 18 anni che lavoro nel mondo dell’intrattenimento. In Italia smetti di essere giovane solo quando smetti di fare notizia. Finché hai qualcosa da dire, ti lasciano essere “giovane”».</em></span></p>								</div>
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									<p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Il successo dei suoi programmi è sulla bocca di tutti. Ha dichiarato che si sente come un pilota di aerei e che per pilotare un Boeing deve avere un tot ore di volo alle spalle. Non sarà invece che su Sanremo pende una spada di Damocle e che al momento non la vuole sfidare? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Forse sì. Ma onestamente non è neanche lì che guardo. Io seguo un po’ la filosofia giapponese del progresso continuo, del migliorare ogni giorno, che non guarda al traguardo, ma al lavoro fatto bene sempre. Se poi arrivano successi, ne godo, se arrivano opportunità, cerco di coglierne il massimo, ma sempre con la consapevolezza che è tutto in movimento. Sanremo è una montagna sacra. Prima di scalarla, devi essere sicuro di avere fiato, testa e cuore a posto. Io intanto mi alleno».</em></span></p><p> </p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>Ma ci pensa lei a come sarebbe? Oppure, vista la scaramanzia, meglio di no? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Meglio di no, la scaramanzia napoletana è una cosa seria! Preferisco vivere e vedere cosa succede». </em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Per molti artisti quella di esibirsi è una necessità, un bisogno che provano nell’esprimersi attraverso il teatro, la danza, il cinema, l’arte. Lei cosa sente, cos’è che la motiva? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Per me è un bisogno di connessione. Quando mi esibisco, soprattutto dal vivo, sento che non sono solo. È come dire: “Ci siamo, siamo qui insieme”. E credo che la fortuna più grande sia quella di svegliarmi felice e grato per l’opportunità di fare ogni giorno ciò che amo». </em></span></p>								</div>
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		<title>Intervista a Ewan McGregor</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ciro Polverino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 12:51:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[personaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[“Long Way Home”: l’ultima (forse) grande avventura di Ewan McGregor su due ruote di Sonia Serafini   Quando sei sulla strada, una parte di te non vuole mai fermarsi. È con queste parole che Ewan McGregor sintetizza l’anima di “Long Way Home”, la nuova docuserie disponibile su Apple TV+ girata sempre con l’amico fraterno Charley [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="17037" class="elementor elementor-17037" data-elementor-post-type="post">
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">“Long Way Home”: l’ultima (forse) grande avventura di Ewan McGregor su due ruote
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									<p><span style="color: #000000;"><em>di Sonia Serafini</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Quando sei sulla strada, una parte di te non vuole mai fermarsi. È con queste parole che Ewan McGregor sintetizza l’anima di “Long Way Home”, la nuova docuserie disponibile su Apple TV+ girata sempre con l’amico fraterno Charley Boorman.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Dopo “Long Way Round” (2004), “Long Way Down” (2007) e “Long Way Up” (2020), un nuovo viaggio su due ruote attraverso 17 paesi europei – dalla Norvegia fino alla Scozia – che segna un ritorno non solo a casa, ma a una parte di sé che non ha mai smesso di cercare la libertà.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Lo abbiamo incontrato in occasione della conferenza stampa di lancio. Ed è stato come parlare con un uomo che ha ancora la polvere della strada negli occhi.</span></p><p> </p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Perché tornare in viaggio? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Durante “Long Way Up”, tra un sobbalzo e l’altro in Bolivia, io e Charley parlavamo attraverso i caschi. A un certo punto ho detto: “Sai cosa mi piacerebbe davvero? Viaggiare in Scandinavia”. Mi affascinava l’idea di quei cieli infiniti, di quella luce del nord. Quando sei quasi alla fine di un viaggio, inizi già a sognare il prossimo. È un meccanismo di sopravvivenza emotiva. La strada è anche un modo per non affrontare lo stop»</em>.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>La scelta dell’Europa, è stata dettata sia dalla nostalgia che dal senso di sfida? </strong></span></p><p><em><span style="color: #000000;">«Il bello dell’Europa è che ogni paese è un mondo a sé. Cambia tutto: lingua, paesaggi, storia. Eppure è tutto lì, a portata di ruota. All’inizio pensavamo di fare un viaggio breve, da casa mia in Scozia a quella di Charley in Inghilterra. Ma poi il percorso si è allargato, si è trasformato in un grande cerchio. Era inevitabile: non sappiamo resistere all’orizzonte».</span></em></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>Come si gestiscono gli imprevisti, come l’incidente in Danimarca? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Sì, sono caduto. Una stupidaggine. Cercavo un punto per far decollare il drone, ho sbagliato l’angolazione del marciapiede e la moto è finita a terra. È imbarazzante, soprattutto quando sei in una produzione Apple con tutte le telecamere addosso. Ma succede. La cosa bella è che un gruppo motociclistico svedese ci ha aiutati subito. Mi hanno persino offerto delle ciambelle incredibili. C’è un’umanità che si rivela nei momenti piccoli e ti rimette in piedi più della moto stessa». </em></span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>Viaggiare oggi è diverso, siete cambiati, avete più responsabilità. Come ha affrontato la distanza emotiva soprattutto dai figli? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Ora ho un figlio piccolo e vivere il viaggio con questa consapevolezza è stato diverso. C’è un episodio in cui è la Festa del Papà e lì ho sentito tutta la distanza. È un momento in cui ti domandi: sto facendo la cosa giusta? Ma poi capisci che anche questo fa parte di ciò che sei. Viaggiare mi completa, anche se significa mancare per un po’. Il cuore resta sempre collegato». </em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Viaggiare vs girare un film: c’è differenza?</strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em> «Sul set, tutto è previsto. In viaggio, no. Ed è proprio questo che amo. Ricordo che dopo “Big Fish”, in Alabama, comprai una moto e tornai a Los Angeles da solo. Niente troupe, niente copione. Solo io, la moto e la strada. Fu una delle esperienze più intense della mia vita. È lì che ho capito che il viaggio vero è un atto creativo». </em></span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>Ma quindi, è davvero l’ultimo viaggio?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«“Long Way Home” suona come una chiusura, lo so. Ma per me non è un addio. È un ritorno. Un cerchio che si chiude, sì – ma che potrebbe anche riaprirsi. Finché ci sarà una strada davanti, io ci vorrò andare. E so che non sarò mai davvero “arrivato”». </em></span></p>								</div>
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		<title>Intervista a Natalie Portman</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ciro Polverino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 11:30:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[Il segreto del tempo in “Fountain of Youth – L’eterna giovinezza” di Sonia Serafini   Nel nuovo film di Apple TV+ firmato Guy Ritchie, “Fountain of Youth – L’eterna giovinezza” Natalie Portman veste i panni di una mamma che scava dentro i legami familiari, le cicatrici della memoria e il desiderio infantile di riscoprire il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="17023" class="elementor elementor-17023" data-elementor-post-type="post">
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Il segreto del tempo in “Fountain of Youth – L’eterna giovinezza”
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									<p><span style="color: #000000;"><em>di Sonia Serafini</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Nel nuovo film di Apple TV+ firmato Guy Ritchie, “Fountain of Youth – L’eterna giovinezza” Natalie Portman veste i panni di una mamma che scava dentro i legami familiari, le cicatrici della memoria e il desiderio infantile di riscoprire il mondo. Tra le piramidi egiziane e i ricordi sepolti, il mito della giovinezza diventa una questione familiare. “Charlotte Perdue è una gallerista, vive in modo controllato. Ma sotto quella superficie ordinata, c’è un passato irrisolto. E un fratello che arriva a scombinare tutto”. </span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Charlotte e Luke – interpretato da John Krasinski – sono i figli di un leggendario cacciatore di tesori. Uno ha seguito le orme paterne, l’altra ha cercato di dimenticarle. Ma quando Luke la recluta per un’ultima spedizione alla ricerca della leggendaria fonte della giovinezza, ogni certezza vacilla. Un film che parla di ferite invisibili, di infanzia, di lutto, di ciò che resta quando i genitori scompaiono e i fratelli si ritrovano a ricostruire sé stessi a partire dagli stessi frammenti.</span></p><p> </p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong> Fratelli, rivali, complici</strong></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><em>«C’è molta rivalità tra Luke e Charlotte»</em>, racconta Portman. «Hanno intrapreso percorsi di vita molto diversi, ma partendo dalla stessa educazione. E questo rende il loro rapporto vivo e doloroso allo stesso tempo». Guy Ritchie fa quello che sa fare Guy Ritchie, realizzando un film che strizza sì l’occhio all’action, con inquadrature movimentate, inseguimenti al cardiopalma e la cura negli outfit di ogni singolo personaggio, ma questa volta a sorprendere c’è la delicatezza con la quale affronta alcune tematiche. Un film meno ironico e più intimo, che mescola mistero e sentimenti, si scava per cercare la fonte della giovinezza mentre ci si inoltra nella psicologia dei protagonisti. <em>«Il film è un grande viaggio, ma non solo verso un luogo. È un ritorno a sé stessi»</em> dice il regista. <em>«Lei deve imparare che anche se la meta può essere vuota, il viaggio può liberarla»</em>. </span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>L’Egitto, la memoria, il mito</strong></span></p><p><span style="color: #000000;"> “Fountain of Youth – L’eterna giovinezza” è girato in location a dir poco spettacolari: Bangkok, Liverpool, Vienna, Londra e Roma. Ma è l’Egitto, con le sue piramidi e la sua bellezza millenaria, a lasciare il segno più profondo. <em>«Girare tra le piramidi è stata un’esperienza incredibile, surreale»</em> racconta Portman. <em>«Probabilmente il luogo più straordinario in cui abbia mai lavorato». </em></span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;">Una location che diventa parte centrale della narrazione, amplificando il senso di avventura, quasi infantile, che attraversa tutto il film, rendendolo speciale. <em>«Spero che ispiri nei bambini la voglia di esplorare. Di scoprire il mondo. Perché, in fondo, questi personaggi sono cacciatori di tesori. Ma ognuno cerca qualcosa di diverso»</em>.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Un film per chi ha perso e per chi ricorda: alla base di tutto, i due personaggi devono affrontare un lutto mai elaborato, ovvero la morte del padre. È da lì che partono le scelte di ognuno, le colpe, le distanze e poi i silenzi. <em>«Uno dei due fratelli è diventato più ribelle, l’altro si è irrigidito»</em>, spiega il produttore Myers. <em>«Tutto il film ruota attorno a questa frattura: chi erano agli occhi del padre e chi sono oggi»</em>.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Ma “Fountain of Youth – L’eterna giovinezza” è un film pieno di ironia, avventuroso, a tratti comico, per nulla cupo. Ritchie lavora con un cast affiatato (Eiza González, Domhnall Gleeson, Stanley Tucci, Arian Moayed) che lo è stato anche fuori dal set: <em>«C’era un’energia speciale, quasi familiare»</em>, ricorda Portman. <em>«Guy è divertente, diretto ma discreto. Dirige quasi da lontano. Ti lascia spazio, e questo è raro».</em></span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;">Un’epica familiare che parla a tutte le età In un mondo cinematografico che vede la presenza sempre più frequente di franchise e reboot, “Fountain of Youth – L’eterna giovinezza” è un film che sorprende per la sua anima antica. Pensato per vedere le famiglie riunirsi sul divano la sera, ma che non si concentra solo sul target bambini. </span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;">È un racconto universale sul crescere, il lasciare andare, il ritrovarsi condito da una buona dose di mistero e azione. <em>«È quel tipo di film che oggi è raro vedere – </em>dichiara l’attrice – <em>un’epica familiare, piena di avventura, amore e azione. Ma anche di piccole verità. Quelle che scopri solo tornando indietro</em>». </span></p>								</div>
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		<title>Intervista a Matteo Martari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ciro Polverino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 10:52:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sonia Serafini   Matteo Martari è uno di quegli attori che, pur attraversando generi, epoche e ruoli diversissimi, riesce sempre a conservare una verità autentica sullo schermo. Che si tratti del tormentato Alberto Ferraris in “Cuori” (RAI) o del controverso Massimo in “Maschi veri” (Netflix), Martari si muove con disinvoltura tra fragilità, intensità e [&#8230;]]]></description>
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									<p><span style="color: #000000;"><em>di Sonia Serafini</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Matteo Martari</strong> è uno di quegli attori che, pur attraversando generi, epoche e ruoli diversissimi, riesce sempre a conservare una verità autentica sullo schermo. Che si tratti del tormentato Alberto Ferraris in “Cuori” (RAI) o del controverso Massimo in “Maschi veri” (Netflix), Martari si muove con disinvoltura tra fragilità, intensità e profondità psicologica. È corteggiato dalle case di moda più autorevoli, grazie anche al suo passato da modello, ma per lui il vero lusso è avere tempo libero. Nel nostro incontro ci racconta cosa significa interpretare un personaggio distante da sé, la sua visione della mascolinità, il rapporto con la bellezza e la ricerca personale attraverso il lavoro. Ma ci parla anche di montagna, di età che avanza (ma solo sulla carta) e del piacere autentico della condivisione. Un dialogo sincero tra riflessione e ironia, dove emerge il ritratto di un uomo curioso e per niente disposto a prendersi seriamente.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Partiamo da una provocazione: il suo personaggio in “Maschi veri” è una persona orribile. </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«In che senso è orribile?»</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Nel senso che è una persona orribile.</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«È sicuramente un uomo che deve rivedere diverse cose, sono d’accordo. Però ecco, posso permettermi di giudicarlo solo ora. Quando lo interpretavo no, non potevo. Avrei rischiato di perdere aderenza con lui, di non essere credibile». </em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Ma ora che glielo fanno notare?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«È un maschio al quale viene tolta un’identità. O meglio, quell’identità sociale che gli altri ti attribuiscono. Quando perde il lavoro, perde anche sé stesso. È una crisi profonda». </em></span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>Quanto è stimolante per un attore interpretare qualcuno tanto lontano da sé? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«È affascinante. È un’occasione di ricerca personale che altrimenti non faresti mai. Ti arricchisce. Anche se non te ne rendi conto subito. Le riflessioni arrivano dopo, a bocce ferme».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Quindi è un po’ terapeutico? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«La terapia è una cosa seria. Gli attori fanno uno studio psicologico del personaggio in maniera diversa. Però sì, a volte ti risuona qualcosa dentro, sta a te decidere se ascoltarlo o far finta di niente».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>E lei ascolta? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Forse prima facevo un po’ finta di niente. Ora vado a cercarle, quelle cose. C’è un piacere in questo. Si chiama maturare, no?»</em></span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>Quaranta. O quarantuno. O quasi quarantadue… importa? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Esatto. È solo un numero. Servono per compilare i documenti. Ma la crescita non è legata all’età. È diversa per ognuno di noi».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>E in una società che rincorre l’eterna giovinezza? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;">«Bisogna accettarsi. Non solo esteticamente. Perché magari uno si conserva benissimo, ma non ha nulla da dire. Il vero valore è quello».</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong> Parlando di bellezza, una volta un fotografo ha detto di lei: “la camera lo ama”. Come vive questa cosa? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Con distacco. Accetto i complimenti, ma non li riconosco. Non rientro nei miei canoni di bellezza. Se metti una mia foto in mezzo ad altre dieci, non mi sceglierei». </em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Sul serio? Quindi lei non si considera un bell’uomo? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«No. Ho un corpo funzionale, questo sì. Posso sciare, arrampicare, fare sport. Questo è quello che conta per me».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>E allora chi è per lei un bell’uomo?</strong> </span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Vincent Cassel, oppure Adrien Brody. Ha un fascino pazzesco». </em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>La bellezza è anche fascino, in fondo.</strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em> «Sì. E comunque è soggettiva. Rimane una cosa personale»</em></span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>Torniamo a quello che la fa stare bene: la montagna. Cosa rappresenta per lei? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«È il mio elemento. È un richiamo fortissimo. Qualcosa di ancestrale. Mi dà equilibrio. E se hai un corpo che funziona, puoi viverla a pieno».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Ha mai pensato di raccontarla attraverso il cinema? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Ho partecipato ad un provino una volta, ma il progetto è fallito prima di poterlo prendere in considerazione. Girare in montagna è difficile, capisci più le complessità che il piacere. E io per il momento non ho ambizioni registiche, preferisco godermela per</em></span><span style="color: #000000;"><em> il piacere di farlo».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Parliamo di mascolinità. Cos’è per lei un “maschio vero”? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Ho fatto una ricerca sull’etimologia della parola, maschio vero significa “uomo che ha scelto di pensare”. Credo sia bellissimo, rappresenta esattamente l’opposto di quello che pensiamo oggi. Non “l’uomo che non deve chiedere mai”, ma l’uomo che si fa domande».</em></span></p><p> </p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>Ha anticipato la mia domanda sulla bellezza. Cosa significa per lei cercarla ogni giorno? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«È culturale, prima di tutto. A me è stata insegnata dai miei genitori. Ma ora sto capendo che la vera bellezza è nella condivisione. Prendi una cosa bella e condividila con qualcuno che stimi, ami, ammiri. Diventa ancora più bella». </em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Quindi la sua definizione di bellezza si lega alla relazione. </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Esatto. Avere rapporti umani veri. La bellezza è lì». </em></span></p>								</div>
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		<title>Intervista a Guido Maria Brera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ciro Polverino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 10:23:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[Tra finanza, scrittura e podcast: l’anima nascosta di Guido Maria Brera di Sonia Serafini   C’ è chi parla per farsi notare, e chi sceglie con cura ogni parola per restare in disparte. Guido Maria Brera appartiene alla seconda categoria. Autore, narratore, produttore: il suo nome circola tra chi ama le storie che scavano, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="16991" class="elementor elementor-16991" data-elementor-post-type="post">
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Tra finanza, scrittura e podcast: l’anima nascosta di Guido Maria Brera
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									<p><span style="color: #000000;"><em>di Sonia Serafini</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">C’ è chi parla per farsi notare, e chi sceglie con cura ogni parola per restare in disparte. <strong>Guido Maria Brera</strong> appartiene alla seconda categoria. Autore, narratore, produttore: il suo nome circola tra chi ama le storie che scavano, che pongono domande scomode, che non hanno fretta di compiacere. Eppure, su di lui, si sa poco o nulla. Nessuna sovraesposizione, nessun personaggio costruito. Solo il lavoro, le parole, e un’ossessione silenziosa per il tempo che scorre.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Dopo il successo di “Diavoli”, Chora Media, che ha rivoluzionato il mondo dei podcast in Italia, si lancia in Be Water, che con Chora e Will si occupa della produzione non solo di podcast, ma anche video e contenuti giornalistici, e Be Water Film, la società di produzione e distribuzione cinematografica per cercare di portare la sua visione anche nel mondo della settima arte. Be Water è il risultato di un team di professionisti di alto livello, Barbara Salabè (AD del Gruppo Be Water), Mario Calabresi (Presidente e Direttore Editoriale di Chora e Will), Mattia Guerra (AD di Be Water Film), Riccardo Haupt (AD di Chora e Will) e di una squadra con cui affrontare nuove avventure. In un momento storico dove tutti si raccontano a voce alta, lui preferisce farlo a bassa voce, far parlare il suo lavoro. In podcast, nelle notti inquiete in cui scrive, nelle pause tra un progetto e l’altro.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;">Lo abbiamo incontrato per parlare non solo del mestiere di raccontare, ma di ciò che resta quando le luci si spengono: il peso delle aspettative, la paura di non essere mai abbastanza, la nostalgia come bussola e rifugio.</span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong> Com’è possibile che un uomo come lei, con un lavoro tanto esposto, abbia così poco di sé online? C’è tantissimo sul suo lavoro, ma pochissimo su chi è lei davvero.</strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«È vero, parlo poco di me. Scrivo molto, questo sì. Ma dentro i miei libri c’è molto più di quanto sembri. Solo che devi cercare. È tutto un po’ nascosto, mescolato. Non mi piace far parte di quel coro di persone che sentono il bisogno costante di raccontarsi».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Per scelta, quindi? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Sì, trovo che ci sia qualcosa di stucchevole in questa sovraesposizione. E, a dirla tutta, credo che alla gente interessi più ciò che uno racconta, che chi lo racconta. O almeno, spero sia così».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Riconosco in lei questa riservatezza. Ma poi arriva un podcast, si sente la libertà di racconto e la voce fa il resto.</strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Lo amo il podcast. Davvero. È servito, mi ha permesso di mostrare qualcosa in più, ma in un contesto che mi somiglia. Accogliente, intimo. Molto diverso dalla televisione».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong> Crede che in Italia i podcast siano stati capiti? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Non subito. Qui li hanno associati ai talent, a qualcosa di già visto. In America invece hanno una funzione narrativa, informativa. È come bere un caffè con qualcuno e parlare di vita. Il podcast è adulatorio, non ti mette in difficoltà. È orale, diretto».</em></span></p><p> </p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><em> Sul tempo, le priorità, la nostalgia.</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Ha dichiarato che non si sente mai pienamente soddisfatto. C’è questa fame continua, questa smania in lei, è così? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«È stanchezza, in realtà. Il problema non è fare tante cose, ma farle bene. Ho imparato a darmi delle priorità, a tenere il focus. La finanza mi ha insegnato a farlo».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Però c’è anche una paura dietro. </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Sì, è la paura del tempo. Del tempo che scappa via mentre fai, fai, fai. Il passato per me è casa, rifugio, ispirazione. E il presente è qualcosa che fatico a vivere».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Vive nel passato, guarda al futuro. E il presente che ruolo gioca? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Cerco di ricordarmi che esiste. Cerco di correggermi. Ma non è facile, non lo è per nessuno oggi. Viviamo tutti proiettati verso qualcosa. Anche solo arrivare a fine mese è una proiezione».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Oggi tutti programmano. Vacanze, obiettivi, vite. Lei? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Non ci riesco. Mi mette ansia. Io non so nemmeno cosa farò domani. E vedo questa ossessione di raccontare sui social la vita che vorremmo avere. Ma spesso non è la nostra. È una maschera. È una forma di inadeguatezza travestita da ambizione» </em></span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><em>“Diavoli” tra presente e passato.</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong> Possiamo dire che “Diavoli” ha cambiato il corso della sua vita?</strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em> «Sì. Ho sempre voluto scrivere, ma non avevo mai pensato al cinema. “Diavoli” è stata una palestra. Con tutti i suoi errori, mi ha dato una direzione. E da lì è nata l’idea di Be Water, la casa di produzione. Per provare a fare cinema in un modo diverso. Più essenziale, più onesto».</em></span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>Quindi il podcast è un ponte?</strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em> «Esattamente. È una bozza di sceneggiatura, ma anche un termometro di interesse. Se il pubblico ti segue lì, vuol dire che hai qualcosa da dire. Il podcast è il primo strato della narrazione».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><em>Lettere di notte e business di giorno.</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong> Scrive ancora? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Dopo “Diavoli”, ho smesso per un po’. Non avevo più niente di mio da raccontare. Ma tre anni fa è successo qualcosa. Una vena si è riaperta. Ho ricominciato a scrivere di notte, come sempre. La notte dice la verità, di giorno la verità spaventa».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>E ora? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Ora sto scrivendo qualcosa di molto mio. Nasce da un’idea del collettivo “Diavoli”, ma la sto intrecciando con la mia storia. È potente, credo. Non dormo per scriverlo. È il segnale giusto».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Qual è l’obiettivo che si pone quando costruisce un’azienda? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Non voglio fare numeri per apparire appetibili e poi vendere. Voglio fare ricavi e margini solidi per poter acquistare aziende fuori dall’Italia. Invertire la tendenza: siamo stati per decenni quelli acquisiti, mai quelli che acquisivano. Voglio esportare un modello italiano, non venderlo».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>È una critica a chi vende? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«No, è una fotografia. C’è stato un sistema che in Italia non si è mai costruito, a differenza di altri paesi. Ma forse oggi qualcosa si può fare. Il problema è che qui si rischia poco, e c’è lo stigma del fallimento».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Lei come vive l’errore? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Se sbaglio non mi sento un fallito. Se faccio bene non mi esalto. Devi lavorare, studiare, decidere con consapevolezza. Poi se ti sbagli, ti sbagli. Ma non devi avere paura». </em></span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><strong>E il cinema? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«È più difficile. Ma voglio provare a fare prodotti nuovi».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Sta lavorando a qualcosa di internazionale? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Due progetti. Uno sull’inizio di internet e della società open source. L’altro è un podcast, fatto in inglese, sull’esperienza cilena pre-Pinochet, dove nacque una proto-internet per gestire l’economia. Entrambi nati in Italia».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Ha ancora amore per la finanza? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«La finanza è stata una palestra. Ti insegna disciplina, ti impone di essere sempre aggiornato. Mi ha formato».</em></span></p>								</div>
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									<p><span style="color: #000000;"><em>Tra amicizie e business.</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Parliamo di amicizie e lavoro. Con Alessandro Borghi siete soci sia con il brand di Gin 7PM che in Be Water. Come si concilia l’amicizia con il business?</strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Alessandro è uno dei miei pochissimi amici veri. Il vero test sarà il primo film che farà con Be Water. Quella sarà la montagna da scalare insieme».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Perché proprio il gin? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Perché non appartiene a nessuno dei due. Ma ci unisce. Andiamo a raccogliere le erbe, scegliamo tutto. Siamo due perfezionisti. Deve essere buono, sostenibile, bello. Questo gin è un’esperienza di vita».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>E l’incontro con Jared Leto come è andato? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Sì, l’ho conosciuto con Alessandro a un evento Gucci. Abbiamo fatto una verticale sui pomodori! Lui ha un orto, mi ha soprannominato “Tomato Guy”. Gli ho anche consigliato dove cercare casa… in posti dove crescono pomodori</em></span><span style="color: #000000;"><em> (ride)».</em></span></p><p> </p><p><span style="color: #000000;"><strong>Ma lei non si stanca mai? </strong></span></p><p><span style="color: #000000;"><em>«Sembro un mitomane, lo so. Ma la verità è che la mia è una bulimia. Una paura costante di cadere. È un antidepressivo, forse riempirsi di cose per non fermarsi».</em></span></p>								</div>
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		<title>Intervista a Cesare Cremonini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ciro Polverino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Dec 2024 17:35:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[personaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Verso nuovi orizzonti&#8221; di Sonia Serafini   Alaska Baby, il nuovo album di Cesare Cremonini, è un disco intimo senza spazio né tempo, che ripercorre un viaggio dell’anima che ha portato il cantautore bolognese fino ai confini del mondo per ritrovare sé stesso e la sua musica.   Dopo 45 giorni di nebbia emiliana, l’artista [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="15644" class="elementor elementor-15644" data-elementor-post-type="post">
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">"Verso nuovi orizzonti" </h2>				</div>
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									<p><em>di Sonia Serafini</em></p><p> </p><p>Alaska Baby, il nuovo album di Cesare Cremonini, è un disco intimo senza spazio né tempo, che ripercorre un viaggio dell’anima che ha portato il cantautore bolognese fino ai confini del mondo per ritrovare sé stesso e la sua musica.</p><p> </p><p>Dopo 45 giorni di nebbia emiliana, l’artista decide di prendere il poco necessario e partire alla ricerca di un modo per riconnettersi, scegliendo come prima tappa il sole di Antigua con la luce dei Caraibi, per poi esplorare l’America e le sue sonorità: Johnny Cash, Bob Dylan, New Orleans, Los Angeles, Nashville. L’ultimo tassello di questa cartina dell’anima lo trova nell’attesa aurora boreale dell’Alaska, che si rivelerà come una premonizione. Per scrivere questa intervista decido di mettere in sottofondo una canzone che Cremonini nomina durante il nostro incontro, per cercare di comprendere a pieno la complessità delle sue risposte, dare voce a mezz’ora di discorsi sulla vita, l’arte e l’amore, scoprire dove gioca a nascondino, quando si apre rispondendo con autenticità e quando dribbla e si salva in zona Cesarini – pardon, zona Cremonini. Premo play su “Mind Games” di John Lennon e la canzone inizia così: “We’re playing those mind games together…” e capisco che forse me l’ha fatta anche su questo, che re non si diventa per caso, ma si nasce, come lui.</p><p> </p><p><strong>Se si pensa all’Alaska il primo pensiero va ad un luogo freddo e gelido, ascoltando il suo disco invece sembra un posto pieno di emozioni che scaldano il cuore. Come è riuscito a trasformarlo?</strong><br />«Perché la cosa più bella del mio mestiere non è scrivere canzoni o godere dell’applauso del pubblico, la cosa che amo di più è trasmettere un senso di umanità a chi mi segue, è un dono. In questa forza trasformativa anche l’Alaska muta e diventa un luogo dell’anima».</p><p> </p><p><strong>Come si riesce a farlo per 25 anni, a trasformare, trascinare, portare le persone nei luoghi del cuore insieme?</strong><br />«Sono un artista “ponte” che si è trovato in mezzo tra il ‘900 e quello che è venuto dopo. Il mio compito è stato aggregativo per più generazioni. Allo stesso tempo provo, però, a essere un artista che tiene insieme anche l’idea che le persone hanno di loro attraverso quelli che sono i punti di riferimento. Non ne sento il peso o la responsabilità, è un ruolo che vivo con naturalezza, mi piace fare parte della vita del Paese e delle persone».</p><p> </p><p><strong>Potrebbe suonare presuntuoso.</strong> <br />«L’unica che ho di presunzione è quella di pormi come un’anima abbastanza universale, che riesce ad abbracciare tanta gente. La mia sensibilità è un qualcosa di utile sia per dire a parole quello che le persone non sanno dire, sia quello che provo io. Siamo insieme in questo viaggio».</p><p> </p><p> </p>								</div>
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									<p> </p><p><strong>Che rapporto ha con la nostalgia?</strong><br />«Non sono un nostalgico. In realtà non potrei neanche pensare di esserlo, perché le cose vecchie non mi interessano, io sono oltre, sono proprio antico! Ho questo doppio sentimento tra quello che sento e quello che sono: la passione per esempio mi riporta al presente, nel qui e ora, trascinandomi avanti».</p><p> </p><p> </p><p><strong>C’è una canzone in “Alaska Baby” che canta con Luca Carboni dedicata a San Luca. Perché ha così tanto bisogno di radici, di tornare nella sua Bologna?</strong><br />«Quando ero bambino non volevo rubare nulla al presente, semmai scrivere pagine di quello che sarebbe stato, perché sono abituato a lavorare in prospettiva e per farlo devi ogni volta fare i conti con il filo che tiene insieme il passato. Non sono mai stato una cicala nella vita, ho sempre cercato di pormi come una formica, un affabulatore che trova una grandissima consistenza in quello che dice».</p><p> </p><p><span style="color: #808080;"><strong>E per Bologna?</strong></span></p><p><span style="color: #808080;">«Sento una forte responsabilità, un senso di infinita gratitudine. So che può sembrare un sentimento banale o retorico, ma non lo è in realtà. Bologna mi fa sentire così e vorrei sempre dare in cambio lo stesso, vorrei guidare la città, ma quella è una mia predisposizione caratteriale».</span></p><p> </p><p> </p>								</div>
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									<p><span style="color: #808080;"><strong>Non dirà che vuole candidarsi in politica?</strong></span><br /><span style="color: #808080;">«(Ride) No, ci mancherebbe! Guidare però un’idea di Bologna mi piacerebbe, so di farlo già nei piccoli gesti quotidiani, o con le iniziative a cui partecipo (Bologna Portici Festival), ma ho un amore così grande per il posto in cui vivo che il complimento più bello da fare ad una donna per me è dirle: “sei bella come la mia città”».</span></p><p> </p><p><strong>A proposito di Bologna, mi è stato detto recentemente che Lucio Dalla era un inguaribile bugiardo, lei ricorda la bugia più bella che le ha detto Dalla?</strong><br />«Quando vivevo ancora con i miei mi chiamava di notte, rispondeva mia madre e le diceva: “vorrei parlare con Cesare, ma non perché voglio per forza essere suo amico”. Mi è parsa una bellissima bugia».</p>								</div>
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									<p><strong>È ancora viva in lei l’idea di dirigere un film su Lucio Dalla?</strong><br />«Mi piacerebbe raccontare la storia di come ha scritto l’album “Come è profondo il mare”, perché anche lui per creare quelle canzoni ha chiuso tutto ed è partito per le Isole Tremiti da solo, ed è uscito da quei mesi misteriosi, miracolosi e mai raccontati da nessuno, come un vagabondo. È tornato a Milano tutto “sgarrupato” con una borsa con dentro il disco scritto a mano. Vorrei raccontare questa storia, e se è vero che Dalla era un grande bugiardo, nessuno dovrà dire la verità».</p><p> </p><p><strong>Intanto per “Alaska Baby” ha creato anche un documentario che arriverà su Disney+. Perché ha sentito l’esigenza di filmare ciò che stava nascendo?</strong><br />«Perché sarebbe impossibile spiegare quello che ho vissuto durante la creazione di questo disco senza il documentario. Ho capito che dovevo testimoniare quello che ho fatto, in un tempo che tutto divora e se ne va. Questo album fatto di cose provate, amore, ascolti, sarebbe inspiegabile senza il filmato che lo accompagna. Avere la testimonianza audiovisiva è un lusso enorme».</p><p> </p><p><strong>Il cinema quindi è una casa che abita in lei.</strong><br />«È più un castello, un universo».</p>								</div>
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									<p> </p><p> </p><p><strong>Ha dichiarato che una delle funzioni delle canzoni è quella di proteggere le persone dalle proprie ombre. Cosa voleva dire?</strong></p><p>«Che le canzoni sono ambigue, non parlano mai di te. Ha mai pensato ad “Azzurro” di Paolo Conte? Miliardi di persone dentro quelle strofe possono vederci le proprie ombre e sentirsi protetti. Noi artisti costruiamo orizzonti, le persone li vivono come un grande schermo dove proiettare la propria immagine. Chi scrive canzoni dettagliate sta imprigionando gli ascoltatori in una realtà orrenda, perché in realtà hanno delle prospettive indefinite».</p><p> </p><p> </p><p><strong>E la sua qual è? Dove proietta la sua immagine?</strong></p><p>«Nella canzone più bella di sempre: “Mind Games” di John Lennon. Lì mi nascondo, gioco, mi espando».</p><p> </p><p><strong> </strong></p><p><strong>Ha detto che “Alaska Baby” è paragonabile a un disco d’esordio, dove ha messo tutto sé stesso affrontando anche le sue paure, i suoi limiti. C’è anche quella d’amare?</strong></p><p>«Assolutamente sì! Mi sono squartato a metà per arrivare a questa consapevolezza».</p>								</div>
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		<title>Intervista a Iginio Massari</title>
		<link>https://viaggi24.publimediagroup.it/intervista-a-iginio-massari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ciro Polverino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Dec 2024 17:16:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[personaggi]]></category>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">"L'arte più dolce" </h2>				</div>
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									<p><em>di Sonia Serafini</em></p><p> </p><p>L’eccellenza dolciaria italiana radicata in una storia familiare ricca di valori: etica del lavoro, cura dei dettagli, costanza e qualità parlano dell’amore per il lavoro ben fatto. Tradizioni che sfidano il tempo e che a Natale si fondono con la gioia della condivisione, intrecciandosi con ricordi preziosi di momenti speciali.</p><p> </p><p>La famiglia più famosa della pasticceria italiana, il Maestro Iginio Massari e i suoi figli Debora e Nicola, raccontano l’arte di un’azienda che continua a rinnovarsi mantenendo la tradizione. Tra panettoni, pop-up store, cinema, il gusto che cambia e la ricerca continua di perfezionismo, scopriamo i segreti della famiglia Massari. Preparatevi ad un racconto che farà venire l’acquolina in bocca, soprattutto con il Natale alle porte e le tavole italiane che si addobbano a festa. Un must è il panettone del Maestro, che è molto più di un semplice dolce, è voglia di condivisione, di felicità e di ricerca di gusto.</p><p> </p><p><strong>Come si riesce a far stare al passo con i tempi un’azienda così storica?</strong> <br />Maestro Massari: «L’azienda è radicata in valori per me imprescindibili come il perseguimento dell’eccellenza, la cura dei dettagli, l’etica del lavoro e la sensibilità nell’interpretare il gusto del consumatore finale. I miei figli Debora e Nicola sono garanti di questo sistema valoriale e hanno la responsabilità di tutti gli aspetti di ricerca e sviluppo. Inoltre, abbiamo deciso di affidarci ad Alex Kossuta, nostro Amministratore Delegato, per assicurare che l’azienda sappia adattarsi alle nuove sfide, sostenere la crescita, innovare, mantenendo le radici e i principi fondamentali».</p><p> </p><p><strong>La parola tradizione è una parola importante nel vostro settore. Come si coniuga con l’innovazione?</strong><br />Maestro Massari: «Tradizione significa conoscere profondamente le basi del mestiere, per le quali servono le competenze. Innovare, invece, vuol dire saper interpretare il gusto contemporaneo e intercettare nuovi trend, senza mai tradire le radici. Sono i due lati della stessa medaglia: il raggiungimento di un perfetto punto di equilibrio tra queste due componenti è l’obiettivo quotidiano».</p><p><br />Debora Massari: «La tradizione va preservata innovando, ad esempio concentrandosi sulla ricerca costante di materie prime d’eccellenza, sull’introduzione di nuove tecniche di lavorazione e con una visione ampia e moderna per avvicinare il nostro mondo a un pubblico sempre più ampio e più esigente».</p><p> </p><p><strong>In che modo la tecnologia ha cambiato il mondo della pasticceria? Pensate che sia più un’opportunità o un rischio?</strong><br />Maestro Massari: «La tecnologia è una grande opportunità, a patto che venga sempre usata con intelligenza. Nel nostro mestiere c’è qualcosa di insostituibile: il tocco umano, la sensibilità del pasticciere, la capacità di interpretare gli ingredienti e le emozioni che si trasmettono attraverso un dolce».<br />Nicola Massari: «La tecnologia ci permette di mantenere standard di qualità altissimi e di gestire al meglio la produzione. La integriamo sempre nel rispetto del risultato, personalizzandola ove necessario».</p><p> </p>								</div>
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									<p><strong>Come avete visto cambiare il gusto dei clienti negli anni? Avete dovuto adattare qualche ricetta per nuove tendenze?</strong></p><p>Maestro Massari: «Certo, i gusti cambiano, e abbiamo adattato alcune ricette, riducendo – laddove possibile – la percentuale di zuccheri. Però l’essenza della qualità resta: i nostri clienti riconoscono il valore del lavoro artigianale e della sua eccellenza».<br />Debora: «La pasticceria è arte e, come tale, è unica per ogni mano che la realizza. Un dolce non è solo tecnica, è emozione. Per arrivare a interpretare al meglio il gusto del consumatore finale servono una conoscenza approfondita del mercato e ricerca costante».</p>								</div>
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									<p> </p><p><span style="color: #808080;"><strong>Il panettone è un classico. Cosa rappresenta oggi nell’Italia e nella famiglia, così diversa?</strong></span></p><p><span style="color: #808080;">Maestro Massari: «Il panettone è un simbolo di condivisione. Anche oggi è il dolce che ci unisce, un momento di festa che richiama tradizioni e valori che restano saldi, a dispetto del tempo».</span></p><p><span style="color: #808080;"> </span></p><p> </p><p><span style="color: #808080;"><strong>E per voi che valore ha? </strong></span></p><p><span style="color: #808080;">Nicola: «Il panettone è equilibrio di materia viva. La pasta madre è in grado di sprigionare profumi e aromi unici, serve competenza e sensibilità per indurla a produrre i risultati pensati. Ogni anno è una bella sfida».</span></p><p><span style="color: #808080;">Debora: «È una responsabilità e, allo stesso tempo, un privilegio. Ogni Natale sentiamo di condividere la gioia di tante famiglie, che cercano il nostro panettone per portarlo in tavola nel momento che più di tutti rappresenta la voglia di stare insieme. Questo aspetto rappresenta un motivo di orgoglio che ci spinge a dare sempre il massimo».</span></p><p><span style="color: #808080;"> </span></p><p> </p><p><span style="color: #808080;"><strong>Come è stata la vostra infanzia, ma soprattutto le vostre merende?</strong></span></p><p><span style="color: #808080;">Debora: «Un’infanzia piena di profumi! Papà ci ha insegnato ad apprezzare la qualità fin da piccoli».</span></p><p><span style="color: #808080;"> </span></p><p> </p><p><span style="color: #808080;"><strong>Qual è la passione o l’amore più grande che vi ha trasmesso vostro padre?</strong></span></p><p><span style="color: #808080;">Nicola: «L’amore per il lavoro ben fatto. Nostro padre ci ha insegnato che ogni dettaglio conta, che la qualità richiede costanza e cura e che sul lavoro occorre essere preparati per diventare autorevoli».</span></p><p> </p>								</div>
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									<p><strong>Che ruolo hanno i social per il business?</strong></p><p>Debora: «Oltre a promuovere i nostri prodotti, i social ci permettono di coinvolgere attivamente chi ci segue, strutturando la percezione del nostro brand e veicolandone i valori. I nostri clienti sono i migliori brand ambassador».</p><p> </p><p><strong>Maestro, come affronta la pressione del perfezionismo?</strong> <br />Maestro Massari: «Il perfezionismo è una parte di me e mi ha indubbiamente aiutato a ottenere risultati di cui sono orgoglioso. Non mi sono mai “accontentato”, anche perché sono estremamente curioso».</p><p> </p><p>L<b>ei</b><strong> ha dichiarato che non ha mai lavorato per diventare Iginio Massari, eppure lo è diventato lo stesso. È questo il segreto del successo?</strong><br />Maestro Massari: «Non ho mai pensato al mio nome come un obiettivo, ma piuttosto al lavoro e alla dedizione. Fare le cose per amore, senza egoismi, porta a risultati di cui si è fieri».</p><p><b> </b></p><p><b>Quanto conta per lei il lato emozionale della pasticceria?</b><br />Maestro Massari: «La pasticceria è emozione pura: un dolce può raccontare ricordi, evocare legami col territorio d’origine, riportare a momenti speciali».</p><p> </p>								</div>
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									<p><strong>Quando Fabio De Luigi l’ha scelta per uno dei suoi personaggi, cos’ha pensato?</strong></p><p>Maestro Massari: «Ho sempre pensato che l’ironia fosse importante e l’imitazione di Fabio mi diverte sempre».</p><p> </p><p> </p><p><strong>Si è mai fatto ispirare dal cinema? </strong></p><p>Maestro Massari: «Non direttamente, ma non si possono escludere contaminazioni. Il cinema mi affascina per il suo impatto visivo e narrativo. I film che preferisco sono quelli di avventura e di fantascienza. Sa che due anni fa mi hanno fatto socio onorario di un Fan Club di Guerre Stellari?»</p><p> </p><p> </p><p><strong>Chi vorrebbe che la interpretasse in un eventuale biopic sulla sua vita?</strong></p><p>Maestro Massari: «Qualcuno che sappia trasmettere l’impegno e la dedizione che il nostro mestiere richiede. Forse Toni Servillo, per la sua profondità».</p><p> </p><p> </p><p><strong>Questa “filosofia della pasticceria” ha mai pensato di raccontarla in un format per aiutare i giovani?</strong><br />Maestro Massari: «È un’idea affascinante. Spesso si parla di formazione dei giovani, ma io preferisco di più parlare di educazione al lavoro e alla curiosità. La dedizione e il rispetto per questo mestiere sono valori che devono essere trasmessi in modo adeguato perché sono a tutti gli effetti un patrimonio culturale da salvaguardare».</p><p> </p><p> </p><p><strong>Come vede il futuro della pasticceria italiana nel mondo?</strong><br />Maestro Massari: «C’è un enorme potenziale per la pasticceria italiana. Il mondo ci guarda, corre veloce ed è nostro dovere rappresentare al meglio la tradizione e l’innovazione italiana».</p><p> </p><p> </p><p><strong>Ma lei mangia i dolci? Oppure li crea e basta? </strong></p><p>Maestro Massari: «Certo che li mangio! Assaggiare è fondamentale per migliorarsi e anche se non fosse così, non vorrei mai privarmi di un momento di dolcezza. Ce lo meritiamo tutti».</p>								</div>
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		<title>Intervista a Simone Belli</title>
		<link>https://viaggi24.publimediagroup.it/intervista-a-simone-belli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ciro Polverino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Dec 2024 16:12:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[personaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Glam Make-Up&#8221; di Sonia Serafini   È il make-up artist più richiesto dalle celebrities, con più di trent’anni di carriera alle spalle e la voglia di rinnovarsi sempre. Da qualche anno si è trasformato anche in un Babbo Natale speciale, organizzando l’evento natalizio più glamour della capitale. Intervista a Simone Belli, per scoprire i segreti [&#8230;]]]></description>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">"Glam Make-Up" </h2>				</div>
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									<p><em>di Sonia Serafini</em></p><p> </p><p>È il make-up artist più richiesto dalle celebrities, con più di trent’anni di carriera alle spalle e la voglia di rinnovarsi sempre. Da qualche anno si è trasformato anche in un Babbo Natale speciale, organizzando l’evento natalizio più glamour della capitale. Intervista a Simone Belli, per scoprire i segreti dietro un look perfetto e quali saranno le tendenze dell’anno che ci aspetta.</p><p> </p><p><strong>Si avvicina Natale e di conseguenza anche il suo party, diventato da anni il vero e proprio evento delle feste, come è nato?</strong><br />«Questo evento, che ormai è il simbolo del Natale, è nato per gioco. Molte amiche attrici mi chiedevano di organizzare per loro dei corsi di make-up per imparare insieme in momenti di festa, è lì che mi è venuta l’idea di mettere insieme tutto ciò che rende felici le donne: massaggi, trucco, capelli, profumi e mille altre cose. Non è una festa, ma un enorme paese dei balocchi dove tutto è possibile in estrema libertà e gioco, lontani dagli schemi dei classici party».</p><p> </p><p><strong>Perché si è voluto trasformare in Babbo Natale?</strong><br />«Io sono Babbo Natale nella vita! Amo donare e fare regali nei momenti meno aspettati. Ho sempre amato il Natale al punto che ho decorazioni fisse in casa per tutto l’anno. Mi piace così tanto che oltre al party di Natale dallo scorso anno sto organizzando anche altri momenti celebrativi: festa della mamma, San Valentino, 8 marzo. Ho già detto che mi rende felice?»</p><p> </p><p><strong>Come si costruisce un evento di successo?</strong> <br />«Circondarsi soltanto di persone che insieme a te credono in quell’evento, si emozionano allo stesso modo e vogliono farne parte. Mettere il cuore al servizio dei tuoi ospiti. Io ci lavoro da maggio, cercando ogni anno le giuste sinergie per sorprendere. E ho un team di persone che mi ha sempre supportato, come Lorella Di Carlo, che è il mio ufficio stampa da sempre e che rappresenta il racconto di questa grande festa».</p><p> </p><p> </p><p> </p>								</div>
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									<p><strong>Che look adottare per queste feste?</strong><br />«C’è chi aspetta le feste per poter sfoggiare make-up scintillanti oltre ogni regola, ma c’è anche chi preferisce un look minimal ma super luminoso. Per me l’incarnato rimane un filo conduttore per tutte, luminoso, con colpi di illuminante un po’ ovunque e addio al romanticismo del blush per un volto scolpito! Le labbra rosse, nei toni pieni ed intensi che non lasciano la scena a nessuno, protagoniste assolute per le più fatali. Per gli occhi consiglio di esaltarli con ombretti bronzo dorato. Per le più minimal, fare in modo di non rinunciare alla profondità dello sguardo con il mascara, da passare in eccesso».</p><p> </p><p> </p><p><strong>Cosa non può mancare in questo Natale 2024?</strong><br />«Oro e rame saranno le combinazioni di colore perfetta per questo Natale. Da usare non solo per un’occasione speciale, ma anche per una cena a lume di candela. La magia della loro luce rende tutto più pittoresco, i riflessi caldi possono essere esaltati dalla luce delle candele per una magica atmosfera sognante».</p><p> </p><p><strong> </strong></p><p><strong>Lei si è occupato del look di tutte le principali artiste italiane e internazionali. Come ci si prende cura della bellezza?</strong><br />«In questi 32 anni di make-up ho regalato grandi sorrisi a tantissime donne, ma non ho mai voluto mettere né il make-up, né me al primo posto, al contrario di molti professionisti che ci circondano. La cosa più importante per me è ascoltare, prima con gli occhi e poi con le orecchie. Una donna ci sussurra come vorrebbe essere, non lo urla, poi sta a noi saper dare voce alla richiesta. Il make-up è un accessorio dell’anima importante, mai renderlo protagonista assoluto, rappresenterebbe l’annullamento dell’essere. Amo il concetto di prendersi cura della bellezza, esprime tutta l’attenzione che va messa in un gesto spesso considerato ordinario e di riempimento».</p><p> </p>								</div>
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									<p> </p><p><span style="color: #808080;"><strong>Come cambia la sua tecnica di make-up per la fotografia rispetto a un evento dal vivo? Ci sono trucchi specifici che usa per uno o per l’altro?</strong></span><br /><span style="color: #808080;">«Quando ho iniziato questo lavoro nel lontano 1995, c’erano grandi differenze tra i vari make-up. Si scattava con la pellicola e non si poteva sbagliare. Oggi è cambiato tutto, non c’è più l’attenzione di ieri, troppe volte mi sento dire che con la post-produzione sistemeranno le imperfezioni. Un trucco fotografico richiede delle attenzioni e una precisione che un make-up per una serata non ha. Anche se il lavoro si è evoluto e sì, si può sistemare in post-produzione, va anche ricordato che l’eccessivo ritocco annulla le dimensioni e l’espressività del volto. In foto vanno valutate le luci, lo stile del fotografo, il tipo di rivista per la quale si sta scattando, tutte cose che non si possono sottovalutare. In un evento live invece le persone sono in movimento ed è più difficile cogliere un errore, anche se si scattano delle foto, hanno comunque un racconto differente e spesso le luci non sono delle migliori. Poi c’è tutto il discorso della storia che si vuole raccontare, in foto molto spesso c’è anche un moodboard; negli eventi, salvo rarissime eccezioni, si cerca di essere al meglio e basta».</span></p><p><span style="color: #808080;"> </span></p><p><strong>Lei che ama sperimentare, come si pone con le nuove tendenze? Le incorpora nei look o preferisce sviluppare uno stile personale indipendente dalle mode?</strong><br />«Io sono sempre stato, e ancora sono, molto curioso. Sin dai tempi degli studi d’arte mi hanno insegnato a sperimentare, provare tutto per poi trovare uno stile personale, unico e inconfondibile che deve essere al passo con i tempi. Non ci si può fermare, bisogna sempre contaminare sé stessi con il nuovo. La difficoltà sta nel saper assorbire tutto senza snaturare il proprio stile, magari trasformando anche quanto acquisito di nuovo. In fondo il bellissimo gioco dell’arte è proprio questo, dove non si finisce mai di imparare e cambiare».</p>								</div>
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									<p></p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p></p>
<p><strong>Se dovesse scegliere solo tre prodotti da avere sempre con lei, quali sarebbero e perché?</strong><br>«Personalmente il mio fondotinta velo, che perfeziona la pelle con un effetto naturale, una cipria ed una matita bronzo per gli occhi. In questo modo avrei perfezione, luminosità e compattezza, donando agli occhi una profondità con leggera luminosità a contrasto data dai riflessi dorati del bronzo».</p><p><br></p><p><strong>Qual è l’errore di make up più comune che vede fare e come consiglia di evitarlo?</strong><br>«Ancora
 oggi vedo grandi errori nella scelta del fondotinta con incarnati 
troppo scuri o grigi. Oppure occhiaie corrette con correttori 
chiarissimi e polveri luminose ovunque. Per evitarlo bisognerebbe 
ascoltare un po’ di più i consigli che vengono dati ed essere meno 
convinte di essere impeccabili».</p><p><br></p>
<p></p>
<p><strong>Quali consigli darebbe per preparare la pelle prima del make-up? C’è una routine di skincare pre-make-up che consiglia sempre?</strong><br>«Indispensabile
 una beauty routine sia la mattina che la sera. Io sto utilizzando 
moltissimo la linea di Comfortzone, che ha prodotti di grande qualità, 
garantendo la giusta sinergia con il make-up. Detergere, come parola 
d’ordine, e non dimenticarsi le labbra, da trattare anche con uno scrub 
per eliminare pellicine e donare un colorito sano. Una lozione per il 
viso anti rossore da usare sempre, un siero che non abbia un effetto 
tensore, non sarebbe adatto alla stesura del fondotinta, infine un buon 
contorno occhi. Il mio consiglio è che venga fatta la giusta beauty 
routine mattina e sera e prima del make-up, anche con pochi prodotti ma 
giusti. Attenzione all’acido ialuronico: alcune concentrazioni, con 
l’applicazione del fondotinta, si sbriciolano».</p><p></p>
<p></p>
<p></p>								</div>
				</div>
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									<p> </p><p> </p><p> </p><p><strong>Come pensa che il make-up possa influenzare la sicurezza e l’autostima di una persona?</strong><br />«Il make-up è una parte fondamentale dal punto di vista psicologico di ogni donna. È terapeutico, può donare una grande sicurezza. L’ho visto succedere con molte mie amiche, dopo averle truccate hanno conquistato il mondo: era bellissimo vederle cambiare sguardo, modo di camminare o di approcciare. Sentirsi belle aiuta tantissimo. Mi rendo conto che sia complesso come discorso, posso dire però di aver avuto grandi soddisfazioni in questi anni da questo punto di vista e credo che non ci sia cosa più bella che rendere una donna sicura di sé, anche con un semplice make-up».</p><p> </p><p><strong>Come si può usare il make-up per celebrare e rispettare la diversità? Pensa che il settore stia facendo abbastanza in questa direzione? Anche e soprattutto con prodotti genderless.</strong><br />«Io credo che ci sia sempre stata la possibilità di celebrare le diversità, nel mio piccolo è un qualcosa che ho sempre fatto. Oggi se ne parla di più, ma non so se rappresenti una vera volontà di apertura o se sia solo una necessità di marketing».</p><p> </p><p><strong>Come immagina il futuro del make-up? Pensa che la tecnologia o le nuove formule cambieranno radicalmente il modo in cui ci trucchiamo?</strong><br />«Il make-up è ancorato ad una parte teorica e tecnica molto importante, il suo elemento portante è sempre e comunque il volto. Potranno cambiare alcune cose ma sono dell’idea che non si può stravolgere ciò che ha delle radici così profonde. Sicuramente si sta lavorando su formulazioni sempre più incentrate sulla cura della pelle con prodotti più facili e performanti, ma il volto rimane quello, sperando non si arrivi troppo alla caricatura di sé stessi. Troppo spesso vediamo donne che hanno reso i loro visi irriconoscibili e la cosa assurda è che, al contrario di ciò che pensano, sono più belle senza tutto quel trucco. Ma qui torniamo al discorso psicologico, quando si usa una maschera per non accettare ciò che si è».</p><p> </p>								</div>
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