Ariana Grande

The Voice of Passion

di Sonia Serafini

 

Dal vivo, a colpirti, non è il suo essere così minuta, ma l’energia. Perché quando sorride, Ariana Grande sprigiona una bellissima luce che riesce a coinvolgere chiunque le sia intorno. Non sorprende, quindi, che la sua Glinda sia un personaggio così amato e che il secondo capitolo del film, Wicked: For Good, abbia sbancato il botteghino. Questa artista merita il successo che sta avendo. Sono riuscita a scambiare due parole con lei in occasione della premiere europea del film a Londra e, oltre ad entusiasmarsi per il mio essere italiana, ribadendo con orgoglio che la sua famiglia ha origini sia siciliane che abruzzesi, quando parla di Glinda sembra come se il viaggio del personaggio fosse ancora vivo dentro di lei. Durante la conferenza stampa di Wicked: For Good, quando parla del percorso che Glinda fa in questo capitolo della storia, Grande descrive una figura a metà tra simbolo pubblico e creatura ferita, sospesa tra ciò che Oz pretende da lei e ciò che lei stessa, nel profondo, fatica a riconoscere.

 

La Glinda che incontriamo non è più soltanto la studentessa effervescente che avevamo conosciuto. È il volto di una fragile architettura politica. «Glinda è diventata una figura pubblica e un volto della speranza e della bontà, creata per opporsi alla strega cattiva dell’ovest», spiega Ariana. Un’immagine plasmata dal Mago e da Madame Morrible, costruita per rassicurare le masse nel momento in cui la figura di Elphaba viene riscritta come minaccia. «Tante parti della sua vita sono esattamente ciò che un tempo sognava, eppure tutto le appare vuoto», aggiunge. «Porta con sé il senso di colpa di essere stata complice, e il peso del lutto per aver perso la sua migliore amica».

 

La tensione tra immagine pubblica e identità privata è il motore emotivo del film. E Ariana riconosce in questo conflitto la parte più preziosa del suo lavoro: «Glinda passa tutta la storia a cercare il significato della bontà, e quella definizione cambia molte volte durante il suo percorso di crescita, ogni evento traumatico la spinge verso la verità. Il suo arco emotivo è la mia cosa preferita». Questo film è più cupo, mette Glinda davanti a scelte che la privano del suo consueto scintillio. «La storia si fa più oscura e lei deve affrontare sofferenze profonde e decisioni difficili». E ancora, «Molti la vedono solo come un personaggio leggero e divertente, e lo è, certo, ma dentro c’è qualcuno che soffre davvero, che è profondamente infelice e ha molto da imparare».

 

 

Per lei la sfida è stata rendere visibile questa complessità senza tradire il tono più luminoso che appartiene a Glinda: «Mi interessava mostrare ogni colore, seguire ogni variazione emotiva anche dentro le scene più comiche». Una delle parti fondamentali per comprendere l’arco narrativo del personaggio è vederla bambina, come confermato dalla sceneggiatrice Dana Fox: «Vedere Glinda da bambina consente allo spettatore di cogliere come sia cresciuta con l’idea che “essere buona” equivalga a essere adorata, impeccabile, perfetta. Una convinzione trasmessa da una madre che le dice che ha già “tutto ciò che serve” perché è carina e popolare. Quando la vita, e la politica di Oz, diventano più complesse, quella visione entra in crisi. È in questo spazio di frattura che il film colloca la sua evoluzione».

 

 

L’altra metà di questo percorso, inevitabilmente, porta al rapporto con Elphaba. Ariana parla della loro relazione come di un legame tanto necessario quanto doloroso: «È un rapporto d’amore, ma molto complesso. Avevano bisogno di conoscersi, di cambiarsi». Le ferite che le uniscono nascono in contesti opposti, ma convergono nello stesso punto vulnerabile. «Forse erano destinate a guarirsi a vicenda, almeno per un periodo». Anche nei momenti più duri, nelle scelte che sembrano tradimenti, per Ariana resta un filo di comprensione profonda: «Possono ritornare all’amore perché hanno preso il tempo per capire l’altra. Anche senza parole, loro lo sanno».

 

 

Ed è qui che Ariana tocca un punto cruciale del ponte che conduce a For Good: «Credo davvero che l’unico modo per restare nella vita l’una dell’altra sarebbe stato se Elphaba avesse scelto di restare, non se Glinda avesse scelto di seguirla». Gran parte del merito Ariana lo attribuisce al regista Jon M. Chu, descrivendolo come un punto fermo: «È la persona più empatica, brillante e riflessiva, con una comprensione innata dell’esperienza umana». Secondo Ariana, Chu risponde alla domanda cardine della saga, ovvero quella sulla malvagità delle persone: nascono malvagie o questa viene loro imposta? Il regista mostra i personaggi attraverso una lente di comprensione radicale: «Decisioni che possono sembrare malvagie sulla carta diventano comprensibili, perché lui ti mostra da dove vengono, come spesso i carnefici siano stati prima vittime».

 

 

E mentre giravano due film simultaneamente, con un set di 9 mesi, tra cambi di tono e continui aggiustamenti di agenda, «non ha mai battuto ciglio. Era destino che fosse lui a raccontare questa storia». In questo quadro, Glinda emerge come uno dei personaggi più complessi e trasformativi dell’universo di Wicked. Un simbolo costruito dall’esterno, ma rinegoziato dall’interno. Una donna che impara, con i suoi tempi e i suoi dolori, a riformulare la propria idea di bontà non come perfezione, ma come verità. E nella voce di Ariana, questa verità suona come qualcosa che continua a vibrare, ben oltre lo schermo.