Intervista allo Chef Bruno Barbieri

"Sì, Chef!"

di Raffaele Nespoli

 

 

«I miei piatti parlano di me, della mia anima, delle mie emozioni. Rispecchiano la mia visione del mondo e i miei sentimenti».

 

Estro, creatività, visione: un viaggio nel mondo di Bruno Barbieri.

 

 

Se non fosse diventato uno degli chef più apprezzati, Bruno Barbieri, probabilmente avrebbe fatto il medico. O chissà, magari l’esploratore. «La mia bisnonna diceva sempre “ha le mani da dottorino”. Chissà. Di certo non avrei mai potuto rinunciare a viaggiare».

 

 

In quale momento della sua vita ha capito che la cucina sarebbe stato il suo mondo?

«Certe passioni le hai dentro di te, devi solo saper ascoltare. Da piccolo vivevo con i nonni in una specie di paradiso terrestre, facevamo tutto noi: il pane, i formaggi, i salumi, la carne. L’altra grande passione era, ed è tutt’oggi, viaggiare. Forse perché da piccolo viaggiare mi riavvicinava a mio padre, che per lungo tempo ha lavorato in Spagna. Essere uno chef mi ha consentito di unire queste due grandi passioni».

 

 

Ogni grande chef ha un suo segreto, qual è il suo?

«Avere sempre fame, essere curiosi e non mollare mai. Chiaramente, serve anche il talento e la capacità di essere al posto giusto nel momento giusto».

 

 

A 60 anni lei ha ancora fame?

«Se possibile anche più di prima».

 

 

Quanto sente di assomigliare oggi a quel giovane chef che iniziava la sua carriera sulle navi da crociera?

«Con qualche anno in più, sono sempre quel ragazzo. Sino a 35 anni sono stato in silenzio, ho cercato di imparare dai migliori, di assimilare ogni possibile insegnamento. Mi sono sempre detto “un giorno arriverà il tuo momento”. Oggi, dopo tanti anni di gavetta, di studio e di impegno, posso dire che quel giorno è arrivato. E mi diverto come un matto».

 

 

Dopo essere stato prima in Brasile, poi a Londra, nel 2011 c’è stato il suo debutto tra i giudici di MasterChef Italia su Sky Uno.

«Devo molto a chi mi ha dato la possibilità di raccontare cosa c’è dietro questo mondo. MasterChef è un programma che per molti giovani appassionati equivale all’occasione di una vita. In tanti ci provano, qualcuno ce la fa. Ma, al di là di questo, è un’esperienza formativa per tutti i concorrenti. Quanto a me, mi rende felice poter rappresentare – assieme ai miei colleghi – questo mondo straordinario».

 

 

Siete realmente così severi come si vede in tv?

«Siamo giudici, chiamati a fare una selezione. Tra noi e i concorrenti deve sempre esserci la giusta distanza, non è un gioco. Poi, certo, non ci si può dimenticare che si tratta anche di uno show. Un po’ ci giochiamo, ma nel nostro ruolo di giudici non scherziamo affatto».

 

 

E con i colleghi, ci va d’accordo?

«Ho un buon rapporto con tutti. Mi aiuta molto l’aver capito una cosa che forse ad altri sfugge: fuori dalle cucine c’è un mondo ricco di cose meravigliose, di momenti da vivere e di opportunità da cogliere. Insomma, non ci si deve mai prendere troppo sul serio».

 

 

Ha un buon rapporto con tutti, ok, ma ci sarà pure qualcuno che sente più vicino a sé?

«Con Antonino (Cannavacciuolo, ndr) ho un rapporto che va ben oltre il lavoro. Ci sentiamo spesso per chiacchierare. A volte anche solo per chiederci come stanno i nostri genitori».

 

 

Altro programma di successo che la vede protagonista è 4 Hotel, sempre su SkyUno. Qual è un dettaglio che non può proprio mancare in un hotel di lusso?

«Oltre al topper? Scherzi a parte, per un hotel di lusso ci sono degli elementi che sono irrinunciabili. La location, ad esempio, le stoffe adatte, il profumo del bucato pulito. Ma quello che conta è anche e soprattutto la passione, l’impegno che anima le persone che ci lavorano».

 

 

Qual è il suo personale concetto di lusso?

«Non è un qualcosa di materiale, è potersi permettere di stare bene. Per me il lusso è più uno stato d’animo legato a ciò che siamo stati in grado di costruire nel corso della nostra vita».

 

 

Ha sempre dimostrato di avere forte in sé il senso dell’amicizia e della famiglia e il Natale è forse uno dei momenti che più celebra questi valori, qual è per lei il piatto che nelle festività assolutamente non può mancare?

«I tortellini che muoiono nel brodo. Una fetta di panettone, magari con un elisir ai fiori di sambuco. Il cotechino, perché no, anche rivisitato in una chiave moderna. L’essenziale è che ciascuno porti in tavola qualcosa che appartiene ai ricordi di famiglia, allo stare assieme».

 

 

C’è qualcosa che la spaventa?

«L’idea che un giorno dovremo morire. Spero di vivere 150 anni, perché voglio vedere come sarà il mondo. Sono curioso di assaporare fino in fondo questo straordinario viaggio che è la vita. E comunque, spero che nell’aldilà ce ne siano di cose da scoprire e da vedere».

 

 

Progetti per il futuro?

«Ne ho tantissimi. Il mio libro, ad esempio, è una delle cose che in questo momento più mi entusiasma. State certi che ho ancora molto da dire».